“Non siamo fiori, siamo fiamme!” La lunga storia della resistenza delle donne a Bhopal

https://www.impacteducoalition.com/wp-content/uploads/2025/09/41-Bhopal-2-dic-2024-Torch-rally-0064-1280x854.jpg

Bhopal, Madhya Pradesh, India – 5 dicembre 2024.

L’aula della corte distrettuale di Bhopal sembra ingiustificatamente piccola per la sessione di questa mattina: almeno dieci avvocati della Dua Associates, uno dei più importanti studi legali di Mumbai, hanno raggiunto con i loro jet privati e diversi SUV la corte per difendere il colosso statunitense della chimica Dow Chemicals, proprietario dal 2001 della Union Carbide Corporation (UCC).

La Union Carbide Corporation è tristemente nota per essere stata la responsabile del più grave disastro chimico della storia. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 oltre mezzo milione di abitanti di Bhopal si svegliarono in un inferno: un impianto chimico della UCC per la produzione del pesticida Sevin, costruito con scarse misure di sicurezza nel cuore di un’area densamente popolata dagli abitanti di alcuni tra quartieri informali più poveri della città, e in grave stato di mancanza di manutenzione per politiche di taglio dei costi, rilasciò 27 tonnellate di un gas altamente letale, l’isocianato di metile (MIC). La nube, spinta dal vento verso i quartieri a sud dell’impianto, causò solo nei primi tre giorni la morte di migliaia di persone, tre le settemila e le diecimila secondo le stime di Amnesty International. Il bilancio non ha smesso di salire da allora, raggiungendo, secondo le stime di alcune organizzazioni di sopravvissuti, almeno 25.000 vittime. Ancora oggi tra i 100.000 e i 200.000 sopravvissuti soffrono di patologie croniche e altamente invalidanti: riduzione della capacità respiratoria e della vista, sistema immunitario danneggiato, dolori articolari, disturbi neurologici, malattie renali, tumori, problemi cardiovascolari e riproduttivi e nascita di bambini con malformazioni congenite e disabilità fisiche, psichiche o neuronali, con un’incidenza sette volte superiore alla norma.

I sopravvissuti hanno ricevuto risarcimenti risibili, in confronto ai danni subiti e il sistema sanitario non è in grado di fornire cure adeguate. Inoltre, l’impianto è ancora oggi lasciato a marcire, mentre i terreni non sono mai stati bonificati, causando un inquinamento cronico dei terreni e delle falde che danneggia la vita delle persone.

 

 

 

 

 

 

 

 

Intanto, in tribunale, gli avvocati e le avvocate, tutti in piedi, vestiti di nero, decorati con la spilletta “advocate”, sono entrati trascinandosi almeno quattro pesanti valige ricolme di libri e documenti. Le dimensioni sono esageratamente sproporzionate, rispetto ai plichi striminziti di sole nove pagine che stanno per consegnare alla giudice e allo loro controparte, con l’obiettivo di ottenere un ulteriore proroga del processo. La loro tesi è che i tribunali indiani non abbiano giurisdizione su un’azienda statunitense.

Questa massa bruna di giacche orlate dai colletti bianchi dà le spalle, come a cercare di eclissarle, a due donne anziane sedute, vestite nei loro colorati saree tradizionali. Anche loro silenziose, osservano, da vere protagoniste, non da comparse, la scena. Hanno gli occhi di chi ha già visto tutto, ma che non si adegua all’ingiusto destino che la cinica realtà ha tentato di riservare loro. Hanno braccia e visi segnati dal tempo, una pelle che ha perso la delicatezza della giovinezza troppo presto, ma che si è fatta dura e spessa per le tante battaglie. Le gambe e i piedi avvolti dai loro sandali hanno camminato marce infinite. Le mani giunte hanno lavorato, protestato e protetto con cura la loro dignità di donne ed esseri umani. Sono due delle migliaia di sopravvissuti che non hanno mai ottenuto giustizia.

Sullo stesso lato del tavolo, di fronte alla giudice, in piedi stanno Rachna Dhingra, del Bhopal Group for Information and Action (BGIA), e altre due attiviste, Nasreen e Reena, insieme al loro avvocato, in video chiamata da Delhi, Senior Counsel Avi Singh Prasanna. Sono qui per rappresentare tutte le vittime e i sopravvissuti di questa tragedia.

Questa scena si ripete periodicamente dall’ottobre 2023, quando per la prima volta, dopo quasi vent’anni e sette citazioni in giudizio ignorate, un ordine del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha finalmente raggiunto la Dow Chemicals per costringerla a comparire in un tribunale indiano e spiegare l’assenza della UCC nel procedimento legale. L’ultima volta è stata lo scorso maggio.

Dopo la tragedia del 1984 i principi di giustizia per il mezzo milione di persone vennero calpestati. Vale la pena citare alcuni passaggi emblematici: a poche ore dal disastro, l’allora AD della Union Carbide, Warren Anderson, venne arrestato e rilasciato nel giro di poche ore su una cauzione di poche centinaia di dollari.  Anderson non comparve mai di fronte a un tribunale indiano e morì nel 2014, impunito. Nel 1989 la UCC, con il supporto delle pressioni del governo statunitense, riuscì a patteggiare con il governo indiano un risarcimento totale di 470 milioni di US$ pari a circa 500 US$ per vittima. Il governo indiano si era costituito unica parte civile, scavalcando di fatto tutte le vittime. Il patteggiamento previde anche una classificazione delle vittime in sole due categorie: “invalidità temporanea” o “lesione lieve”. Una classificazione priva di aderenza con la realtà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1991 il Central Bureau for Investigation riaprì il caso penale contro UCC, Union Carbide India Limited, Union Carbide Eastern (un’altra sussidiaria che cessò l’attività quell’anno) e nove individui. La UCC e Warren Anderson vennero dichiarati latitanti.

L’assenza d giustizia, i risarcimenti insufficienti e la copertura data alla Union Carbide prima e alla Dow Chemicals poi, che non hanno mai svelato la composizione della nube tossica, classificandola come segreto commerciale, combinate con le invalidità gravi e permanenti delle persone esposte hanno fatto sì che le condizioni economiche e di salute delle persone e delle famiglie peggiorassero inesorabilmente.

Nonostante questo, l’ecosistema di organizzazioni di attivisti a Bhopal, che ancora oggi dopo decenni continuano a lottare per ottenere giustizia e per sopperire alle mancanze dello Stato, è vasto e variegato: ci sono organizzazioni che offrono efficacemente assistenza e cure ai malati, come la clinica Sambhavna, ma anche organizzazioni che agiscono per via legale.

Uno degli aspetti più importanti ed emblematici di questa lotta è la presenza femminile: sono state, e sono ancora, le donne a guidare, nella maggior parte dei casi, i movimenti di attivisti.

Subito dopo il disastro, furono soprattutto attivisti provenienti da fuori Bhopal, che avevano risorse e competenze, a portare avanti le battaglie. Fu così che nel 1985, in seguito alle richieste dei sopravvissuti e alla pressione degli attivisti, vennero creati trentotto progetti da parte del governo del Madhya Pradesh per generare reddito e impiegare le donne che erano state esposte al gas. Agli uomini, invece, non vennero offerti posti di lavoro, apparentemente perché molti vennero spinti all’alcolismo dalle loro perdite e dall’incapacità di provvedere alle proprie famiglie. Si trattava di laboratori di formazione per le donne in vari ambiti dell’artigianato.

La chiusura dei laboratori da parte del governo solo l’anno successivo e condizioni di lavoro precarie spinsero le donne ad auto organizzarsi e protestare per ottenere la riapertura dei laboratori, dando vita ad alcuni sindacati. Uno di questi era guidato da Champa Devi Shukla, una donna indù e Rashida Bee, musulmana.

Questo rappresentò un importante rovesciamento dei ruoli tradizionali. Donne in precedenza relegate nelle proprie case o a cui era impedito di uscire, se non accompagnate da un uomo, improvvisamente divennero le responsabili per la sopravvivenza delle proprie famiglie, ma ancora più importante, divennero le rappresentanti per i diritti della comunità, al lavoro, a giusti risarcimenti, alla salute e alla riabilitazione, in una parola, alla dignità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Emblematica è la storia della prima marcia verso Delhi, nel 1989. Le lavoratrici si resero conto che i loro salari erano ben al di sotto degli standard voluti dalle leggi sul lavoro del 1948, che obbligavano le imprese a un salario minimo per i propri dipendenti: inizialmente venivano pagate a cottimo ed erano soggette alla chiamata dei propri datori di lavoro, che spesso giungeva anche solo una o due volte al mese, per una paga che equivaleva a pochi centesimi di dollaro. Le prime proteste fecero ottenere un aumento a circa 500 rupie al mese (circa 30-40 US$ dell’epoca), ma la legge imponeva un salario minimo di 2.700 rupie.

Fu Rashida Bee ad avere l’intuizione: se avessero voluto che le loro istanze venissero ascoltate, avrebbero dovuto raggiungere fisicamente il Primo Ministro, Rajiv Gandhi, a Delhi. Partirono a piedi, 75 donne, 30 bambini e 12 uomini. L’impresa fu epica: in trentatré giorni, senza soldi, con un paio di vestiti a testa, e poche altre cose per affrontare le notti, attraversarono 700 chilometri si strada a piedi. Era il primo di giugno del 1989, la stagione dei monsoni era solo all’inizio, eppure la pioggia non le ostacolò mai: pioveva sempre prima o dopo il loro passaggio. Sulla strada trovarono spesso solidarietà. Veniva offerto loro cibo e un posto dove dormire, a prescindere dalla loro religione o casta di appartenenza: cantavano “siamo una cosa sola!”. La loro salute era precaria: gli effetti dell’esposizione al gas si faceva sentire nei loro polmoni e nelle loro gambe, i bambini più piccoli faticavano a tenere il passo. Chi era più forte precedeva il resto del gruppo e tracciava la strada con chicchi di riso. Quando i sandali si consumarono, usarono le foglie legate ai piedi come calzature. Quando le donne avevano il ciclo mestruale usavano pezzi di stoffa come assorbenti, che irritavano la pelle rendendo la marcia estremamente dolorosa. Mai una volta una di loro ebbe anche solo l’idea di tornare indietro. Dovevano giungere a piedi alla meta, e così fecero.

Arrivate a Delhi scoprirono che Rajiv Gandhi sarebbe stato assente per diversi giorni. Un rappresentante del Madhya Pradesh in parlamento le convinse a tornare a casa, con la promessa di occuparsi personalmente della loro situazione. Ma una volta indietro a Bhopal, la promessa non venne mantenuta.

Accadde che Rajiv Gandhi visitò Bhopal qualche tempo dopo, nel 1991. Durante l’incontro pubblico, le attiviste si fecero strada a forza tra gli agenti di polizia che cercavano di impedire il loro passaggio. Lo interruppero per raccontare la loro storia. Rajiv Gandhi promise loro di sistemare la loro situazione adeguando i loro salati, ma venne assassinato 3 mesi dopo. Con lui morì anche quella promessa. Solo dopo molte battaglie, finalmente ottennero un aumento di salario a 2000 rupie. L’aumento però ad oggi, non è mai stato realmente adeguato agli standard di legge.

Rashida Bee e Champa Devi Shukla nel 2004 vinsero un premio di 150.000 $ per il loro impegno. Con quella cifra, nel 2006, fondarono una nuova realtà: Chingari Trust, una struttura di cura e riabilitazione per le migliaia di bambini che nascono con malformazioni congenite. Ho incontrato Champa Devi Shukla nella sede di Chingari alcuni mesi fa, insieme al collega Cristiano Denanni, reporter torinese conosciuto a Bhopal in quei giorni. In seguito al disastro di Bhopal perse il marito, morto di cancro nel 1997, e i due figli maschi. Il minore morì per complicazioni respiratorie dovuta alla presenza di acqua nei polmoni, nel 1992, mentre il maggiore si suicidò nel 2013, perché incapace a sopportare i dolori dovuti agli effetti dell’esposizione al gas. Delle due figlie femmine una oggi è malata di un cancro che ha già colpito polmoni, seno e ossa.

Il suo figlio maggiore ebbe una figlia, nata con gravi disabilità. Ciò convinse le due donne a utilizzare il premio per fornire servizi ai figli della tragedia di Bhopal. Oggi Chingari offre servizi a circa 1300 bambini a cui vengono fornite terapie che vanno dalla logopedia, alla fisioterapia e servizi educativi speciali.

Ogni anno, nei giorni attorno al 2 e al 3 dicembre le tante organizzazioni di attivisti si riuniscono, organizzano memoriali, cerimonie e soprattutto proteste e marce. Sono sempre le donne la componente più imponente. Le donne anziane che ancora resistono e marciano con una fiaccola accesa di notte, senza pensare alle sofferenze e alle cicatrici dell’esposizione al gas, o sotto il sole cocente di mezzogiorno. Insieme a loro marciano le figlie e i figli, le nipoti e i nipoti e attivisti e sopravvissuti di altri crimini corporativi da tutto il mondo. E mentre marciano lanciano grida e cantano la loro rabbia e la loro determinazione per una lotta che non avrà mai fine.

Siamo fiamme, non fiori,
siamo donne di Bhopal,
non appassiremo di fronte al vostro potere corporativo e
lotteremo per la giustizia fino alla morte.
Siamo le donne di Bhopal e siamo donne del mondo.

 

Articolo e fotografie a cura di Claudio Avella

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *